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Referendum NO

di Enrico Brambilla 

Il Referendum lombardo del 22 ottobre è inutile e potenzialmente dannoso.

È inutile se stiamo al contenuto letterale del quesito. Che chiede l'assenso all'avvio di una trattativa con lo Stato per applicare quel regionalismo differenziato previsto dall'art.116 della Costituzione (inseritovi nel 2001 dalla riforma voluta dal centrosinistra ed allora pesantemente avversata dal centrodestra). Che la Lombardia abbia le ragioni ed i requisiti  per richiedere su alcune materie una maggiore autonomia è cosa riconosciuta da tutte le forze politiche. Le trattative svolte in passato sono tutte fallite per responsabilità principale della Lega, che ha sempre sminuito questa forma di autonomia ‘temperata', anteponendole la ricerca dapprima della devolution, poi di un federalismo spinto. Sicchè Maroni, da ministro del governo Berlusconi, rispose picche alle richieste del suo predecessore Formigoni. Ora, per far dimenticare le sue responsabilità passate, chiama demagogicamente alle urne gli elettori Lombardi per ottenere un mandato plebiscitario. Destinato peraltro a rimanere ancora una volta inevaso, visto che la legislatura volge al termine e non c'è più tempo per confezionare un'intesa e farla approvare dal parlamento a maggioranza assoluta dei suoi membri. Gli oltre cinquanta milioni spesi per questo sondaggio di opinione non produrranno quindi alcun risultato. Oltretutto l'estrema genericità del quesito, la mancanza di un disegno che raffiguri con puntualità le materie che si intendono richiedere e gli obiettivi attesi, non consentono una valutazione consapevole da parte dell'elettore. Vi sono infatti, tra le 26 materie rivendicate, alcune che a mio avviso è preferibile rimangano nella sola sfera legislativa  statale. Pensiamo alla produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia o alle grandi reti di trasporto e di navigazione.

A fronte di un quesito apparentemente innocuo, fatta salva la vaghezza dei contenuti, la comunicazione dei promotori lascia però poi intendere che al fondo vi siano altri fini.

Dal sito di Regione Lombardia si apprende infatti che lo scopo è quello di trattenere almeno la metà del cosiddetto residuo fiscale, quantificata in 27 miliardi, e di estendere le competenze Regionali anche ai campi della sicurezza, dell'ordine pubblico, dell'emigrazione.

Qui non si vuole più applicare la Costituzione: la si intende stravolgere. Precisiamo anzitutto che il trasferimento di maggiori competenze pur con le relative risorse non cambierebbe di un euro il saldo del residuo fiscale. Infatti la spesa pubblica per la Lombardia rimarrebbe invariata: cambierebbe solo il soggetto pagatore, che da Roma passerebbe a Milano. Potrebbero derivarne benefici in termini di efficienza, ma anche qualche diseconomia di scala. Altra cosa è mettere le mani su una somma superiore alla prossima finanziaria nazionale. Questo farebbe saltare la finanza pubblica italiana. È un obiettivo illusorio, ma che agitato in questi termini rischia di riprodurre anche dalle nostre parti quel sentimento di sovranismo monetario che ha generato la Brexit ed alimentato le recenti vicende spagnole. Forse è il caso che ci si fermi prima.

Infine qualche domanda a chi fa impresa, e giustamente lamenta il caos legislativo del nostro Paese, aggravato dalla troppa frammentazione di norme Regionali. Pensate davvero convenga continuare su questa strada o non è il momento che Regioni e Stato trovino il modo di creare una cabina di regia comune? È il momento di sostenere il fai da te in ciascun territorio o di fare sistema? Affrontiamo meglio le sfide della globalizzazione valorizzando il Made in Italy o accontentandoci del Made in Lombardy?

La Lombardia forte delle sue competenze dovrebbe mettersi a capo di una riforma generale della pubblica amministrazione, non pensare di poter far meglio tutto da sola.

Enrico Brambilla commercialista

Enrico Brambilla nelle istituzioni

 

 


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